MARE DI SCADUTA

Il mare di scaduta è quel che resta dopo una burrasca o un forte vento. Quando il vento cala, l'onda, da alta e frangente, diventa lunga e placida, seppur imponente. Questa è l'onda che di solito fa venire il mal di mare. Devi abituarti ad essa ed al suo movimento implacabile. Mi piace l'onda di scaduta: porta con sé l'eco dell'agitazione del mare, ma è cheta; e ciò nonostante, può essere grossa e impressionante.

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mercoledì, 19 marzo 2008

Strani incontri e cocenti delusioni.

Lo so lo so ne passa di tempo.
Poi gira e gira e torno qui. Però nel frattempo ne abbiamo fatti di strani incontri: un fantasma in mare, per esempio. Per ora tengo alta la suspance e rimando la discussione ad un prossimo post con foto allegate. Si, certo, foto del fantasma.
E poi e poi.
In questi mesi, in fin dei conti, abbiamo formato le squadre. Per mare su BarCozza Gianni (il mio fidanzato) e il fidato-amico-Enzo; per terra (ma fornite di canna e pazienza) Daniela a farmi da infermiera ed io.
Essì, perchè sono stata operata. Mi hanno levato un pezzetto, la cistifellea. Questa cosa, se ci penso, mi secca un po'... ma, a parte questo, sapete cosa è in grado di fare una cistifellea con i calcoli?
DI FARTI VENIRE IL MAL DI MARE.
E così, io che "io non ho mai avuto il mal di mare", io che "io reggo anche il mare stato dieci", io mi sono trovata su BarCozza a delirare mentre eravamo in cerca di dentici e pieni di ottime chances (leggi: pieni di ottime esche vive). Dopo un'ora di... vabbè, evito, dicevo dopo un'ora Gianni ha avuto pietà di me e siamo tornati a terra, con un sacco di lansardi e neanche un dentice. Da allora è uscito con Enzo.
Ed io? Io ho avuto il premio di consolazione: mi ha regalato una bella canna telescopica per pescare spigole dagli scogli. Così Daniela ed io abbiamo scavalcato palizzate, litigato con donnine scandalizzate, lanciato occhiatacce ai vicini di posto in stile "fattipiùinlà", cercato di carpire segreti ed esche degli altri pescatori, affrontato cani randagi e strani personaggi simil-maniaco, tutto ciò per pescare le spigole.
Risultato? La cocente delusione di cui nel titolo.
Manco una spigola. Tutte alla canna del vicino. Chiunque fosse il vicino. Stessa esca, stessa canna, stesso galleggiante (eh si, perchè i segreti dei locali li avevamo carpiti). E le spigole, tutte dal vicino.
Fortuna che i due fidanzati tornavano sempre col dentice.

Insomma, la morale è: mi siete mancati.

postato da: ondafrangente alle ore 20:17 | link | commenti (13)
categorie: pensieri
lunedì, 01 ottobre 2007

L'ultima volta che andai per mare.

Dedicato a Willa.

 

Sedetevi, prendete un bicchiere di vino.

Oggi vi racconto una storia.

Oggi che fuori il mare ringhia, che le onde mordono il cielo. Oggi le barche stanno in porto, eh? Oggi noi siamo uguali. E chi è rimasto intrappolato nella burrasca sta a poppa della barca, a buttare briciole di pane alle streghe delle onde.

Ma noi ce ne stiamo qui al bar. Pescatori di banchina. E chi sta in mare, peggio per lui, acqua e freddo nelle ossa.

 

Oggi vi racconto una storia.

Sono passati quasi tre anni. Ero uscito all’alba col gozzo, come al solito, ed ero andato a calare le reti su una secca che conoscevo (ormai ve lo posso dire, non è più un segreto. La secca la trovate a mezz’ora dall’uscita dal porto, dritto a nord).

C’era alta pressione, una bella brezza di terra, era l’inizio dell’autunno. Il sole era tiepido e non bollente. Un vero piacere, uagliò. Avevo calato le reti ed avevo un po’ di sonno. Così mi misi al sole, spensi il motore, tirai dentro i remi, e mi stesi nel gozzo. Avevo calato qualche amo a bolentino e pensavo un po’ a tutto un po’ a niente.

Ad un certo punto, sentii una beccata: un piccola cagnes all’amo. Mentre la tiravo su, vidi come un tronco lontano, che però galleggiava muovendosi contro corrente. Allora presi i remi e cominciai ad avvicinarmi: era una cosa strana, come un tronco con un’ombra sotto.

Vabbè, ve la faccio breve. Era una tartaruga con sotto un cerniotto. Il cerniotto se ne stava lì sotto a prendersi l’ombra e nuotava appresso alla tartaruga. Allora presi subito il guadino: un colpo veloce e presi la tartaruga. Il cerniotto, invece, se ne sgusciò e lo persi. Non che avessi pensato di riuscire a prendere un cerniotto solo col guadino, certo…

Tornai a ritirare le reti, erano piene piene di pesce. Quella sera me ne tornai a casa davvero contento: una bella cifra per il pesce ed una bella zuppa di tartaruga da mangiare il giorno dopo. Il guscio l’avrei appeso sulla finestra.

 

La zuppa me la mangiai bella calda, non vi dico, una delizia. Se non l’avete mai provata, non lo potete capire. Buona da leccarsi i baffi. Era sabato.

La domenica la passai a pulire il guscio e a fare lavoretti di casa; e lunedì ero di nuovo in mare come al solito. L’alta pressione teneva e il mare era bello calmo, già pregustavo un’altra bella pescata.

Anche stavolta calai le reti e poi misi gli ami a mare. Mi stavo per stendere al sole quando mi venne una voglia enorme di farmi un bagno. Ora, quando mai s’è visto un pescatore che prende e si butta a mare? Non avevo niente per asciugarmi, avrei bagnato tutti i vestiti e poi mi sarebbe restato il sale addosso e la sera avrei avuto freddo.

Mi spogliai e mi tuffai. E cominciai a immergermi giù, andai giù, giù, per un sacco di tempo, sino a quando, a un certo punto, mi finì il fiato. Allora cominciai a risalire, con un dolore al petto, mi mancava l’aria, mi sembrava che non ce l’avrei fatta a tornare su.

Arrivai su per un pelo. Respirai con la bocca aperta, non ce la facevo quasi più.

Salii in barca, mi buttai nel fondo, ero un po’ impressionato.

Quando tirai le reti, erano ancora più piene della volta prima. Una pescata favolosa. Avrei fatto un bel po’ di soldi.

 

Il giorno dopo ancora, la stessa cosa: vado a mare, calo le reti… e mi prende la stessa voglia di buttarmi in acqua. E mi ributto. E vado giù, giù, giù, sino a quando sento i polmoni che mi scoppiano. E invece di salire, avevo voglia di restare. Non capivo niente. Ad un certo punto, smisi di nuotare in giù e tornai a galla. L’aria mi mancava così tanto che mi venivano come dei singulti; un dolore mi aveva avvolto il torace, mi girava la testa. A quel punto, mi venne paura. Non capivo che cosa mi avesse preso. Tornai subito a ritirare le reti e me ne andai a casa, dove mi buttai sul letto senza pensare a nulla.

 

Quella notte feci un sogno strano.

Nella mia cucina c’era una donna esile, di spalle: alta, con i capelli lunghi e neri che sembravano fluttuare. Io, nel vederla, provai una strana sensazione: come se la conoscessi da sempre e volessi proteggerla. La donna, sentendomi arrivare, si voltò: era cieca. Aveva le iridi celeste chiaro come il mare, e le pupille velate, celesti anche loro, come un cielo annuvolato.

Anche se era cieca, sembrava vedermi e si muoveva nella cucina come se non le sfuggisse nulla. La circondava una sensazione di calma e pareva che potesse leggermi nei pensieri.

Io l’avrei abbracciata e difesa da tutto, ma allo stesso tempo la donna sembrava non aver bisogno di difese. Era uno strano paradosso. Esile e cieca, eppure emanava una forza incredibile, di origine ignota.

-Sono la tartaruga.

- …

Non riuscii a rispondere. Il mio corpo ebbe una scarica, come di paura.

- Quasi una settimana fa, mi hai catturata e mangiata. Ora sono una parte di te.

- …

- …Ma io voglio vivere. Voglio, almeno, vivere attraverso te. Voglio tornare a casa, nel mare. Voglio nuotare…

E sembrò guardarmi con i suoi occhi ciechi, mentre i capelli neri e lunghi continuavano a fluttuare, prendendo la forma delle onde di burrasca.

 

Quando mi svegliai era l’alba, come al solito. Avevo il sogno fisso nella mente, e non riuscivo a pensare ad altro.

Andai al porto, preparai il gozzo, guardai le reti, salii in barca.

Poi scesi, tornai a casa. E non uscii mai più.

 

Ho capito una cosa: se tornassi in mare, la tartaruga sarebbe più forte di me. Mi farebbe nuotare giù, sino a perdere il fiato. Lei vuole vivere, e io non voglio morire.

Vi guardo, ogni tanto, quando ve ne andate per mare, e quando tornate alla fine della giornata.

Allora vi invidio.

Ma oggi siamo uguali.

Oggi che la burrasca ci fa stare a casa, oggi siamo uguali.

Tutti pescatori in porto.

 


postato da: ondafrangente alle ore 18:42 | link | commenti (13)
categorie: storie e leggende
giovedì, 13 settembre 2007

Mare in burrasca, mare calmo.

Tre fine settimana di mare agitato. Resto sulla costa, nel vento che diventa tangibile, così tangibile che ti sembra di nuotarci dentro.

Tre fine settimana in silenzio, per lo più in silenzio. Senza nulla da dire, ma con una burrasca in testa.

Eccoci, oggi. La lettera di dimissioni sul tavolo e un mese ancora, l'ultimo, da passare in quest'ufficio. E immagini che mi ritornano in mente. Di mare calmo. Il pescatore all'uscita del porto, che tira su la lenza, un guizzo, un brivido argentato in barca. Le boe croate. E irrompono finalmente immagini di serenità, di quiete ritrovata, che mi fanno respirare. Un sorriso senza motivo sulle labbra e pensieri pacificanti. Di colore azzurro.


postato da: ondafrangente alle ore 17:29 | link | commenti (10)
categorie: pensieri
martedì, 24 luglio 2007

Il canto delle Diomedee.

Ancoriamo la barca sotto al faro di Capraia, la brezza da nord tiene e non girerà a Libeccio; il mare è quieto, il tramonto passa lo scettro alla sera.  
Abbiamo mangiato, abbiamo bevuto; abbiamo guardato silenziosi il mare di questa nostra prima notte sulla BarCozza. Quiete, lontani da tutto; i gabbiani lanciano i loro richiami ed ogni tanto si sentono i rumori del mare: un’ondina che frange, il mormorio di qualche refolo di vento.
Pian piano arriva da lontano il coro funebre di Diomede: li vedo, i suoi compagni, stretti al morto, che alzano le loro lamentazioni.
...Diomede, tu che fosti eroe nella guerra di Troia ed in guerra avesti il coraggio o l’impudenza di offendere finanche Venere. Tu che, per vendetta della dea nata dalla spuma del mare, tornasti a casa non riconosciuto dal tuo popolo né da tua moglie. O Diomede, tu vagasti, allora, esule volontario, sino a raggiungere la Daunia e a sposare la giovane figlia del re. Diomede, tu, che con anima inquieta lasciasti dilagare la tua furia nei confronti di Dauno e ti ritirasti qui, in quest’arcipelago di scogli erosi dal sole e dal vento, scogli che conoscono elementi forti e da loro sono temprati, come sei tu, Diomede... Non può essere che così, da te queste isole prendono il nome, o Diomede, o Diomede, la dea che genera amore si riavvicina a te in questo momento o Diomede....
 
La vedo Venere, arrivare lenta, a trasformare i compagni di Diomede in gabbiani. Li sento, mentre spiccano le ali e le loro parole pian piano si trasformano in pianti*.
 
Guardo nel pozzetto, li vedo, i compagni trasformati. Le diomedee ci voleranno attorno tutta la notte, piangendo la scomparsa della loro guida. Al loro richiamo, Morfeo scende ad addormentarmi.
 
* Leggenda vuole che Diomede morisse alle Tremiti, dove si era ritirato gli ultimi anni della sua vita. I compagni piangenti la sua morte furono trasformati da Venere in Diomedee, gabbiani dal verso singolare che ricorda molto il pianto di un bambino.

postato da: ondafrangente alle ore 09:59 | link | commenti (7)
categorie: storie e leggende, vita di mare
mercoledì, 18 luglio 2007

Vaghe stelle dell'Orsa, guidatemi nel cammino - fine.

 
Mayer è morto, Harrison no e continua a lavorare ai suoi orologi. Per la precisione, all’H4.
L’H4, se si considera che è fratello dei tre cronometri marini venuti prima di lui, è davvero sconcertante. Dimenticatevi gli scatoloni, le dimensioni dei fratelli maggiori: l’H4 è un orologio da taschino (da tascone, in realtà, perchè era largo 12 cm).
Questo improvviso cambiamento di rotta, questa strana intuizione che gli fece cambiare del tutto l’impostazione della macchina, pare che Harrison la dovesse a John Jefferys, un orologiaio londinese al quale si era rivolto per la fabbricazione di alcuni componenti. Jefferys fornì ad Harrison un orologio da taschino costruito sulla base di alcune sue direttive, e da qual momento tutte le idee di Harrison in merito alla grandezza dei cronometri marini cambiarono totalmente: infatti, un orologio che fosse facile da trasportare e da consultare avrebbe semplificato di molto il calcolo della longitudine.
Ma, come nel caso dell’H1, dell’H2 e dell’H3, anche l’H4 doveva andare incontro ad una vita difficile. Un nuovo nome, un nuovo concorrente e “nemico”: Maskeline. Un astronomo che, dopo essersi laureato, aver preso gli ordini, conobbe Bradley (allora Astronomo reale) e si unì a lui nell’obiettivo di continuare a ricercare la soluzione per il calcolo della longitudine tramite le distanze lunari.
Si può dire che la vita di Harrison sia stata costellata di “nemici”, di astronomi che volevano tener ben stretto lo scettro del sapere all’interno della loro casta; ma fu anche costellata di sfortune, se si considera che lo stesso Maskeline fu nominato nel 1765 Astronomo reale.
E l’H4?
Ticchettava, ticchettava, e fu provato in mare nel 1762: imbarcato sulla Deptford che faceva rotta per la Giamaica, si rivelò in tutta la sua grandezza,  subendo un errore di soli quattro secondi in tre mesi di traversata. Nel viaggio di ritorno, compiuto in condizioni estreme a causa del maltempo e delle burrasche, l’orologio riuscì a perdere meno di due minuti.
A quel punto, a rigor di logica e di legge, il premio avrebbe dovuto essere assegnato senza ombra di dubbio. E invece no.
Vi risparmio le peripezie, le schermaglie, i dissapori che seguirono la prova dell’H4. Si può dire, in breve, che la Commissione per la Longitudine, invece di valutare le possibilità dell’utilizzo del cronometro, sembrava riunirsi col fine di svalutare l’operato di Harrison.
 
I figli so’ piezz ‘e core.
Nel 1772, cioè ben dieci anni dopo la prima prova dell’H4 in mare, William Harrison, figlio e collaboratore di John Harrison, inviò al re Giorgio III una lettera dai toni amari, in cui gli riferiva le vicende subite dal padre e lamentava che il premio per la longitudine non fosse mai stato loro assegnato. Ciò smosse le acque: dopo ulteriori prove effettuate alla presenza del re, e compiute sull’H5, una riproduzione dell’H4, lo stesso Giorgio III decise di aggirare la Commissione per la Longitudine e di rivolgersi direttamente al Parlamento.
Fu così che, nel 1773, il Parlamento inglese assegnò ad Harrison un premio.
Non fu il premio per la longitudine. Non fu la Commissione ad assegnarlo. Il premio della Commissione non fu assegnato mai.
 
Talvolta, la storia si diverte a giocare con strane ambiguità.
Nel 1828, quando la Commissione per la Longitudine si sciolse, il nome di Harrison sembrava riscuotere finalmente il riconoscimento che gli era dovuto. Infatti, negli anni che seguirono le prove dell’H4, pian piano l’uso dei cronometri marini si era andato affermando e i nuovi orologi furono copiati da innumerevoli artigiani orologiai, divenendo il nuovo strumento di riferimento per il calcolo della longitudine in mare.
Ma nel 1967, cioè soltanto poco più di cent’anni dopo, il sistema gps diveniva il nuovo modo immediato, semplice, senza necessità di calcoli, per conoscere la propria posizione in navigazione.
Così Harrison veniva relegato nella voce “storia della navigazione”.

postato da: ondafrangente alle ore 12:55 | link | commenti (3)
categorie: storie e leggende
martedì, 26 giugno 2007

Teorema.

TEOREMA DELLE IMBARCAZIONI CON NOME IMPROPRIO: Dare alle barche nomi da uomo porta sfiga.
DIMOSTRAZIONE: Il nome comune barca finisce con la vocale “a” che, in lingua italiana, indica un sostantivo di genere femminile. Ne consegue che le barche sono femmine: dunque, nel momento in cui al nome comune si volesse aggiungere un nome proprio, esso dovrebbe necessariamente essere un nome femminile.
Un’unica eccezione è fornita dalle navi della Marina Militare, che portano nomi propri da uomo: ciò è dovuto alla stringente legge storica che dimostra che sono sempre gli uomini a fare la guerra (vedi: teorema degli uomini e delle guerre).
FASE SPERIMENTALE: Per verificare in sede sperimentale quanto sopra esposto, la sottoscritta ed il suo compagno hanno condotto uno studio della durata di due settimane su una barca campione, Calafuria 19. L’esperimento si è svolto in condizioni meteo-marine considerabili ottimali e, dunque, non influenti ai fini della validità dell’esperimento stesso.
La barca in questione è stata temporaneamente soprannominata “Doria”, dal soprannome del suo proprietario, che a sua volta deriva da uno scherzo amichevole che occhieggia alll’assonanza tra il cognome del proprietario e la famosa nave affondata.
Pertanto, abbiamo tutti gli elementi dell’esperimento:
-          Barca che, prima di avere un nome, funzionava regolarmente;
-          Proprietario esperto;
-          Condizioni meteo-marine regolari.
Risultati dell’esperimento:
-          Al momento della prima traversata, la barca evidenziava l’accavallarsi della sfiga intorno ad essa iniziando ad emettere piccole nubi di fumo nero. Tali nuvolette di fumo seguivano la barca a mo’ di nuvola di Fantozzi;
-          forse scoraggiati dal fumo nero, i pesci non abboccavano nonostante svariate ore a pescare alla traina in zone notoriamente pescose;
-          durante una delle numerose fasi di salpaggio dell’ancora, la stessa sbatteva contro il carabottino lesionandolo irreparabilmente;
-          al momento della seconda traversata, la barca cacciava nuvole di fumo nero ancor più evidenti, nonostante litri di additivo anti-schifezze miscelato al gasolio;
-          durante un’ulteriore fase di salpaggio dell’ancora, la stessa si spezzava a metà, perdendo le marre in mare;
-          il fumo nero già descritto diveniva una nube tossica, annerendo l’intero equipaggio e tutto il contenuto dell’imbarcazione.
Ritenendo di avere dati sufficienti per affermare che il teorema della sfiga delle barche con nomi da uomo sia ampiamente dimostrato, sia in fase teorica che in fase sperimentale, e aggiungendo altresì che la fase sperimentale sembra suggerire che la sfiga stessa aumenti con cadenza esponenziale al passare del tempo,  i sottoscritti si dichiarano soddisfatti e portano l’imbarcazione dal meccanico, dopo averle finalmente cambiato il nome in BarCozza.

postato da: ondafrangente alle ore 09:26 | link | commenti (14)
categorie: pippo
martedì, 29 maggio 2007

A vela, si vola!!!!

Ci sono i pippo e poi c’è lui: Pippo. Lui da cui gli altri prendono il nome.
 
Pippo compra una barca a vela che non sa portare da solo e per portarla assume un marinaio che non ha la patente nautica (però, devo dirlo, un ragazzetto bravissimo, ma diciassettenne).
Appena prende la barca, si incaglia a retromarcia in una secca e per uscirne rompe il timone; dopo alcuni giorni, fa manovra e finisce dritto nella barca a fianco a lui all’ormeggio e poi scrive all’assicurazione che non è colpa sua ma della barca a fianco che era troppo lunga.
Poi arriva il marinaretto e per quell’anno tutto fila liscio.
 
Quest’anno Pippo porta la barca in cantiere e mentre la barca è sull’invaso decide di comprare un gennaker. Perchè il gen fa molto velista esperto. Poi incontra il marinaretto e gli fa:
- Proviamo il gennaker?
- Ma la barca è sull’invaso!
- E allora qual è il problema?
 
Giuro, ho assistito personalmente.
 
E Pippo, Pippo non lo sa...

postato da: ondafrangente alle ore 19:28 | link | commenti (26)
categorie: pippo
venerdì, 25 maggio 2007

Il mare.

Un ricordo.

Avevo circa sette anni, un bel libro delle elementari ed una maestra che nemmeno allora mi era simpatica.

Avevamo i compiti a casa: geografia.

Il giorno dopo la maestra mi interroga dal banco. Mi alzo e aspetto la domanda, senz'ansia. Sono sempre stata brava.

- Francesca, cos'è il mare?

E resto lì in piedi zitta e sconcertata, nella mia testa di bimba esplodono la spiaggia di Vasto, la sabbia, mio nonno, il blu, un tramonto che stavo a fare la paparella e non volevo uscire, le labbra viola-dita stropicciate, e poi un balzo, sono al largo e navigo alla velocità della luce verso...l'America, l'Africa, ché arriva dappertutto il mare, è enorme, come lo chiudi il mare... il mare, in un pensiero, in una parola, cosa le devo dire, alla maestra... e poi la rivelazione: la mia maestra E' UN'IDIOTA.

- Maestra, il mare è acqua salata.


postato da: ondafrangente alle ore 19:54 | link | commenti (7)
categorie: pensieri
mercoledì, 16 maggio 2007

Ancoraggio con grippiale.

Provate ad immaginare un’ancora. Ad una sua estremità, quella con il braccio, sarà sempre attaccata una catena o una cima. All’altra estremità di solito non c’è nulla ma, in alcune situazioni, vi si può attaccare una seconda cima con il grippiale.
Il grippiale è un qualunque oggetto galleggiante (una bottiglia vuota, un parabordo, una piccola boa, il salvagente con la paparella di vostra figlia) che, una volta calata l’ancora, resterà attaccato ad essa tramite la seconda cima. La cima tra grippiale ed ancora va poi legata in modo che il grippiale si trovi proprio sopra l’ancora (quindi non deve essere troppo lunga).
A cosa serve tutto ciò?
Spesso l’ancora, con un fondo roccioso o con lastroni di pietra, si incaglia. Magari è anche profondo, e voi NON avete intenzione di trasformarvi in sub.
In tal caso, recuperare con il grippiale l’ancora incagliata è facilissimo: se non viene su tirando la cima o la catena “proprio” dell’ancora, basta tirare la cima del grippiale e l’ancora verrà tirata su dall’altra parte. Voilà, il gioco è fatto. Tutta questa spiegazione per commentare la foto qui sotto.
 
Maggio: i primi avventori vanno in giro con i loro motoscafi.
Perfetto esempio di ancoraggio con grippiale.
Fondo: sabbia.
Profondità: 170 cm circa.
Possibilità di incaglio: 0%.
Il grippiale è quella boetta bianca che si vede a prua. E scusate la foto sfocata, era un po’ lontano!
 
 ... Ma Pippo, Pippo non lo sa
che quando passa ride tutta la città
e le sartine,
dalle vetrine,
gli fan mille mossettine.
Ma lui con grande serietà
saluta tutti, fa un inchino e se ne va,
si crede bello
come un Apollo
e saltella come un pollo.
Sopra il cappotto porta la giacca
e sopra il gilé la camicia.
Sopra le scarpe porta le calze,
non ha un botton e con le stringhe tien su i calzon.
Ma Pippo, Pippo non lo sa
e serio, serio se ne va per la città,
si crede bello
come un Apollo
e saltella come un pollo.
 
E con questo post, inauguro la nuova sezione “Pippo”.
Sulle assurdità di chi fa il ciuccio e presuntuoso, anche per mare!

postato da: ondafrangente alle ore 11:59 | link | commenti (13)
categorie: pippo
martedì, 15 maggio 2007

Mille bolle blu...

Lo so, lo so.
Non succede nulla di impressionante e grandioso, nel piccolo mondo di chi ha una barca in cantiere.
Però succede che ti sdrai a prendere il sole su una spiaggia dove non saresti mai andato, senza telo. Stendi il tuo vestito sotto la testa e chiudi gli occhi, e l’arancione invade le tue palpebre chiuse.
Poi passano minuti che si fanno ore, forse t’addormenti.
Ti sveglia il caldo, piano apri gli occhi e l’azzurro cola giù, a cascata, che non realizzi neanche cosa sia, questo tuffo nell’azzurro e solo un attimo dopo – é il cielo.
Emmassì.
Facciamoci il bagno.
 
Nella foto: il trabucco visto dal ristorante.

postato da: ondafrangente alle ore 16:22 | link | commenti (6)
categorie: pensieri